Ormai da molti anni sono convinto che le idee repubblicane di Machiavelli, se fossero capite e amate, potrebbero ancora una volta, come è avvenuto in passato.
Croce "compagno"
Benedetto Croce non diventò mai né marxista né socialista, anche se Filippo Turati, il leader più autorevole del socialismo italiano, lo chiamò nel 1896 "compagno di fede".
Velia Titta, vedova contro il regime
Il 10 giugno 1924, Giacomo Matteotti fu rapito e ucciso da sicari fascisti sul lungotevere Arnaldo da Brescia. Aveva 39 anni. Velia [Velia Titta, moglie di Giacomo], che aveva 34 anni, restò sola. La sua fu la solitudine di chi aveva perso tutto.
L'autunno del demagogo
Bobbio e Sartori: maestri militanti
Quest ’anno ricorre il ventesimo anniversario della morte di Norberto Bobbio (1909-2004) e il centenario della nascita di Giovanni Sartori (1924-2017).
Mai ideologi di regime, mai corifei di partito, mai servi di politici potenti; hanno scritto libri che hanno lasciato un’impronta profonda in chi li ha letti e capiti, e suscitato le ire dei politici corrotti, come Craxi, che accusò Bobbio di essere un filosofo “che aveva perso il senno”. Di Bobbio basti citare Po - litica e cultura (1955), Destra e sinistra (1976), Il problema della guerra e le vie della pace (1979), Il futuro della democrazia (1984), Tra due Repubbliche. Alle origini della democrazia italiana (1996); di Sartori, Homo videns (1997) Mala tempora (2004), Mala costituzione e altri malanni (2006), Il sultanato (2009). Ebbero tuttavia un diverso rapporto con l’attività politica. Bobbio partecipò alla Resistenza antifascista e militò, senza mai ricoprire incarichi di partito o cariche pubbliche, in Giustizia e Libertà, nel Partito d’Azione, nel Psu, nel Psi di Francesco De Martino, e fu senatore a vita dal 1984. Che io sappia, Sartori si tenne più lontano dalla militanza politica in senso stretto. Bobbio aveva più lo stile dell’umanista che dello scienziato politico; Sartori più dello scienziato politico che dell’umanista. Mentre lo scienziato limita il suo campo d’indagine a un ambito ben definito, l’umanista cerca di capire la condizione umana in tutti i suoi aspetti. L’ammirazione di Sartori per Bobbio come intellettuale militante risale, credo, alla metà degli anni Cinquanta quando Bobbio pubblicò per Einaudi, nel 1955, Politica e cultura: “Quel libro, quella splendida raccolta di saggi, è uno dei libri che mi hanno influenzato. È un testo che insegna a tutti noi (spero) che l’uomo di cultura deve evitare due estremi: da un lato l’estremo della cultura politicizzata che obbedisce alle direttive dei politici, e dall’altro l’estremo della cultura che si rinchiude in una torre d’avorio ”. Bobbio “è approdato alla scienza politica anche, e forse soprattutto, in funzione della sua passione civile”. Cito dal bel libro di Gianfranco Pasquino, Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica. Con il passare degli anni si consolidò fra i due studiosi una profonda amicizia. Fin dall’inizio dell’era berlusconiana, Bobbio fu un oppositore intransigente. Il 10 febbraio 1994, su La Stampa, tre mesi prima dell’insediamento del primo governo Berlusconi, Bobbio pubblica l’editoriale La separazione come arte liberale dove sostiene che “Non ha precedenti in Paesi democraticamente più maturi del nostro una tendenza all’unificazione del potere politico col potere economico, e col potere culturale attraverso il potentissimo strumento della televisione, incomparabilmente superiore a quello dei giornali, che tuttavia furono chiamati il quarto potere, come quella che si intravede nel movimento di Forza Italia. L’unificazione dei tre poteri in un solo uomo o in un solo gruppo ha un nome ben noto nella teoria politica. Si chiama, come lo chiamava Montesquieu, dispotismo”. Due anni più tardi, in un articolo scritto pochi giorni dopo la vittoria della coalizione dell’Ulivo guidata da Romano Prodi (21 aprile 1996), Bobbio insiste sul carattere personale, demagogico, teatrale del potere di Berlusconi e descrive Forza Italia come il primo “partito personale di massa”: “Ma la novità assoluta e strabiliante di Forza Italia sta nell’essere, come dire? Il primo partito personale di massa. Chi ha votato Forza Italia, non ha scelto un programma, ha scelto una persona, quel signore sempre elegantissimo, che conosce bene l’arte di attrarre l’attenzione su di sé con il suo eloquio, la sua maniera disinvolta e accattivante di muoversi e di rivolgersi al proprio pubblico, anche raccontando di tanto in tanto, con la perizia del vecchio comico, una barzelletta; sempre sorridente, sicuro di sé, abile semplificatore di concetti economici tanto da renderli alla portata di tutti; bravissimo nel farsi compiangere come vittima di complotti, di cospirazioni, di tradimenti, ingenuo bersaglio di nemici cattivi e di perfidi alleati. L’avrete pur visto qualche volta quando preceduto dal suo inno entra in un grande salone gremito di gente, che al suo arrivo si alza in piedi e per alcuni minuti grida, anzi, invoca ‘Silvio, Silvio!’”. Anche Sartori fu un critico severo della prima ora. Habemus gubernum, “abbiamo il governo”, scrive il 24 aprile 1994, meno di un mese dopo le elezioni del 27 e 28 marzo che aprirono la via al primo governo Berlusconi. “E ora? Avere un governo non è avere governabilità, e cioè un governo in grado di governare, con forza di governare. Il Cavaliere è balzato in sella; ma il suo cavallo ha tutta l’aria di essere un ronzino”. Tre mesi dopo, Sartori accusa Berlusconi di volere un potere senza limiti: “L’esercizio maggioritario del potere non comporta che un governo debba ‘prendere tutto’ (‘est modus in rebus’) e che qualsiasi negoziato, qualsiasi compromesso, siano per forza nefandezze ‘consociative’”. Con la sua ironia fiorentina, Sartori conia per Berlusconi epiteti che non hanno bisogno di commento: “Cavalier Traballa” (9 giugno 1997); “Cavalier Giravolte” (16 febbraio 1999). Ironico sì, ma anche molto serio e severo quando difende contro Berlusconi i principi della democrazia liberale. “Lo scandalo della politica italiana è che i voltafaccia non importano, le figuracce non contano, nessuno si vergogna di niente. Va detto a tutta gola, allora, che tutto questo è vergogna. La prima regola dell’essere seri è di rispettare le regole della democrazia. A me è stato insegnato, e ho amia volta insegnato, che democrazia è rispetto della regola di maggioranza; sempre, e non soltanto quando l’odore è giusto e quando fa comodo”, (9 giugno, 1997). Quello di Berlusconi, scrive Sartori nel gennaio del 2002, è un “padronato personalizzato”. Un mese dopo descrive il potere di Berlusconi come uno “strapotere anomalo”: “Grosso modo, in Italia i poteri che dovrebbero frazionare il potere sono cinque: esecutivo, legislativo, giudiziario, presidenziale, più (di fatto) il potere mediatico. Ma tre di questi poteri si stanno fondendo in un inedito ‘dispotismo elettivo-mediatico’ che spaventerebbe a morte persino gli smaliziatissimi Madison e Hamilton; e un altro potere, quello giudiziario, vacilla sotto un pesante attacco” (5 febbraio 2002). Passano sette anni e Sartori elabora l’idea del dispotismo elettivo-mediatico nella teoria del sultanato. Vale la pena di citare il passo per intero: “Nei suoi due precedenti periodi di governo Berlusconi si è impegnato a salvare se stesso dalla magistratura e a corazzare un impero tutto intriso di conflitti e di abusi di interesse. Questa volta su questo fronte è oramai tranquillo. E si è così dato a costruire, all’interno di Palazzo Chigi, e della sua personale sfera di potere, un sultanato. Mi sono divertito a battezzarlo così perché il termine (islamico) è evocativo, insieme, di fasto e di potere dispotico. […] Il Cavaliere sultaneggia su un partito cartaceo davvero prostrato ai suoi piedi. Nomina ministri e ministre chi vuole. Caccia chi vuole, come se fosse personale di servizio. Nessuno fiata. I ministri del partito di sua proprietà sono tali per grazia ricevuta. E tornano a casa senza nemmeno un gemito se così decide il padrone. Non manca, nel suo governo, nemmeno un gradevole harem di belle donne. Il sultanato era un po’ così”. Il sultanato, nella tipologia di Montesquieu, è una forma di potere dispotico, le altre sono la Cina e la Persia. Come ho scritto all’inizio di questo articolo, nel 1994, Bobbio per descrivere il potere di Berlusconi, cita il concetto di dispotismo elaborato da Montesquieu. La convergenza di idee fra Bobbio e Sartori è significativa. Significativa, ma affatto sorprendente. Erano entrambi leali allo spirito autentico del liberalismo, la visione politica che detesta i poteri illimitati, enormi, arbitrari. La loro critica all’ideologia e al sistema di potere berlusconiani è una magnifica lezione di liberalismo autentico e un esempio di coraggio morale.
Don Minzoni, morte di un antifascista
Cent ’anni fa, il 23 agosto 1923, i fascisti assassinarono a colpi di bastone e sassate il sacerdote cattolico don Giovanni Minzoni. Papa Pio XI non pronunciò alcuna parola di condanna. L’arcivescovo di Ravenna, monsignor Antonio Lega non presenziò ai funerali. Si fece rappresentare da un suo segretario. Nel marzo di quest’anno, il Vaticano ha avviato il procedimento per la beatificazione di don Minzoni. Pochi giorni fa, nell’anniversario della morte, il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, ha reso onore alla memoria di don Minzoni nel duomo di San Niccolò di Argenta e ha pronunciato una condanna senza appello dell’ideologia e dei metodi del fascismo.
Dal Duce alla Dc, la ragion di Stato è antidemocratica.
“Possibile che siate tutti d’accordo, nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese (?). Altro che soluzione dei problemi. Se questo crimine fosse perpetrato, si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti”. Con queste parole, scritte dalla “prigione del popolo” in cui lo avevano rinchiuso le Brigate rosse, Aldo Moro, presidente della Dc, indicava nella “presunta ragion di Stato” il principio di azione politica che, fatto proprio dai dirigenti del suo partito, escludeva ogni soluzione umanitaria o di compromesso e lo condannava a morte. Moro esortava invece i dirigenti della Dc a “contemperare ragioni umane e morali”e spiegava che con la loro “inerzia, insensibilità e rispetto cieco della ragion di Stato”, essi reintroducevano di fatto la pena di morte in Italia. A commento di queste drammatiche parole di Moro, Gianfranco Borrelli, nel suo importante saggio Repubblica, ragion di Stato, Democrazia cristiana (Cronopio) osserva che Moro si appellava alla “buona ragion di Stato” che difende le libertà politiche, civili e sociali, contro la “cattiva ragion di Stato”che sacrifica la vita di un uomo in nome dell’interesse supremo dello Stato. Ha ragione Borrelli quando sostiene che la dottrina della ragion di Stato non ha soltanto autorizzato “a stravolgere ogni genere di norma”per difendere l’interesse dello Stato, ma è stata anche “una nuova arte razionale del governo” che persegue la “conservazione politica”.
I deturpatori del vero 25 aprile
È diventato difficile mantenere vivi nella coscienza degli Italiani il significato e la consapevolezza della Liberazione.
Anno dopo anno diventano sempre più forti le voci che deturpano la verità. Hanno cominciato col dirci che la lotta di liberazione è stata una guerra civile, Italiani contro Italiani, che ci furono crimini e crudeltà da una parte e dall’altra, che anche i repubblichini avevano ideali, e amavano la patria. Perdoniamo, dimentichiamo tutto è l’invito che abbiamo ascoltato tante volte.
Soldi, fede e affari: era Machiavelli
Nei tempi bui, i classici del pensiero politico hanno sempre offerto un aiuto prezioso. Fra tutti, Niccolò Machiavelli è stato particolarmente generoso di lezioni di saggezza.
Per apprezzare il suo insegnamento è indispensabile poter leggere i suoi scritti in edizioni filologicamente impeccabili e corredate da un ottimo apparato critico. Nel caso di Machiavelli, abbiamo ora la splendida edizione diretta e coordinata da Francesco Bausi per Salerno Editore con la collaborazione di Alessio Decaria, Diletta Gamberini, Andrea Guidi, Alessandro Montevecchi, Marcello Simonetta, Carlo Varotti, Luca Boschetto e Stella Larosa.
Patria e famiglia: Mazzini scambiato per Mussolini
"Io mi considero una conservatrice e non credo che un motto mazziniano come ‘Dio, patria e famiglia’ vada a cozzare con la modernità. Significa difendere una identità. La patria, la famiglia e anche l’identità religiosa sono fondamentali, pur credendo nel valore della laicità dello Stato”, ha dichiarato l’onorevole Giorgia Meloni nel corso del dibattito televisivo con Enrico Letta.
Ma Mazzini poneva, prima della patria, l’umanità: “I vostri primi doveri, primi non per tempo ma per importanza e perché senza intendere quelli non potete compiere se non imperfettamente gli altri, sono verso l’Umanità. Avete doveri di cittadini, di figli, di sposi e di padri, doveri santi, inviolabili, dei quali vi parlerò a lungo tra poco; ma ciò che fa santi e inviolabili quei doveri, è la missione, il Dovere, che la vostra natura di uomini vi comanda. Siete padri per educare uomini al culto e allo sviluppo della Legge di Dio. Siete cittadini, avete una Patria, per potere facilmente, in una sfera limitata, col concorso di gente già stretta a voi per lingua, per tendenze, per abitudini, operare a benefizio degli uomini quanti sono e saranno, ciò che mal potreste operare perduti, voi soli e deboli, nell’immenso numero dei vostri simili. Quelli che v’insegnano morale, limitando la nozione dei vostri doveri alla famiglia o alla patria, v’insegnano, più o meno ristretto, l’egoismo, e vi conducono al male per gli altri e per voi medesimi. Patria e Famiglia sono come due circoli segnati dentro un circolo maggiore che li contiene; come due gradini d’una scala senza i quali non potreste salire più alto, ma sui quali non v’è permesso arrestarvi”. La patria e la famiglia, separate dall’ideale dell’umanità diventano convinzioni meschine, moralmente ripugnanti: “I primi vostri doveri, primi almeno per importanza, sono com’io vi dissi, verso l’umanità. Siete uomini prima di essere cittadini o padri. Se non abbracciaste del vostro amore tutta quanta l’umana famiglia – se non confessaste la fede nella sua unità, conseguenza dell’unità di Dio, e nell’affratellamento dei Popoli che devono ridurla a fatto – se ovunque geme un vostro simile, ovunque la dignità della natura umana è violata dalla menzogna o dalla tirannide, voi non foste pronti, potendo, a soccorrere quel meschino o non vi sentiste chiamati, potendo, a combattere per risollevare gli ingannati o gli oppressi – voi tradireste la vostra legge di vita e non intendereste la religione che benedirà l’avvenire.”
La patria di Mazzini è il mezzo o leva per operare efficacemente per l’umanità, vale a dire per la libertà e la dignità di tutti i popoli. Sapeva bene che come individui possiamo fare molto poco per aiutare gli uomini e le donne di altri popoli. Possiamo tutt’al più offrire gesti di carità o scambiare favori occasionali, come buoni vicini, ma non possiamo operare insieme per fini comuni di emancipazione politica e sociale. Fra individuo e umanità, è necessario che ci sia un medium e tale medium sono le libere patrie. Esse sono i mezzi che Dio ha disegnato per realizzare lo sviluppo dell’umanità. Per Mazzini bisogna dunque cominciare dalla nostra patria, ma avere come fine l’umanità, intesa come fratellanza dei popoli senza imperi, senza colonie, senza padroni, senza servi. Separato dal principio dell’umanità, il concetto di patria non ha più nulla, assolutamente nulla in comune con l’idea mazziniana. Diventa nazionalismo. Mazzini lo sapeva benissimo quando scriveva che se si dimentica il principio che “la libertà di un popolo non può vincere e durare se non nella fede che dichiara il diritto di tutti alla libertà”, l’idea di nazione degenera in “gretto, geloso, ostile” nazionalismo. Proprio perché nazionalista, l’idea di patria separata dall’umanità diventò parte integrante dell’ideologia fascista. Il patriottismo mazziniano, spiegava Giovanni Gentile nel 1936, aveva il grave limite di coltivare l’idea di “una federazione di popoli e un’astratta umanità (…), affratellatrice di popoli”. Il fascismo, afferma Gentile, nasce invece “da un’esperienza che è in diretto contrasto con quella visione escatologica del Mazzini”. Vuole un’Italia decisa a farsi valere “nel campo delle competizioni internazionali dove la forza e la vitalità delle nazioni sono messe alla prova”. Chi non capisce e non accoglie come principio morale e politico l’idea di patria quale mezzo per promuovere l’ideale dell’umanità non è erede di Mazzini. È erede di Mussolini, come si è proclamato con orgoglio il senatore Ignazio La Russa, sodale dell’onorevole Giorgia Meloni.
Per governare l'Italia devi spegnere la fiamma
Ha ragione Antonio Padellaro a sostenere (Il Fatto24 luglio) che la premier in doppio pectore Giorgia Meloni “dovrà anche regolare i conti, e in modo definitivo, con tutta la galassia fascistissima che, da Forza Nuova a Casa Pound, non vede l’ora di sedersi al tavolo dei vincitori”. Fino a quando non romperà senza ambiguità con il fascismo e con i neofascisti, l’onorevole Meloni non ha la legittimità morale per governare la nostra Repubblica.
B. e Draghi: non Presidenti ma "padroni" dello Stato
Se Berlusconi andrà al Quirinale, l’Italia avrà non un presidente, ma un padrone della Repubblica. Come ho sostenuto nella Libertà dei servi (2010), Berlusconi possiede una ricchezza sterminata, reti televisive, radio, quotidiani, riviste, case editrici e un partito politico. Rispetto al 2010 il suo potere personale è intatto, con la sola differenza che il suo partito è diventato più piccolo. Ha ancora un potere enorme che gli permetterebbe di controllare le istituzioni della Repubblica e diventarne, di fatto, padrone. Per questa ragione non avrebbe mai dovuto diventare presidente del Consiglio. A maggior ragione non può diventare presidente della Repubblica.
Un presidente patriota è per forza antifascista
Giorgia Meloni ha auspicato che il prossimo Presidente della Repubblica sia un patriota. Mi permetto di invitare l’Onorevole a riflettere su poche semplici considerazioni. 1. Essere patrioti vuol dire amare la patria. Spiegare cosa si dovrebbe intendere per amore e per patria richiede un approfondimento che le poche righe di un articolo non consentono. Mi limito a osservare che l’amore di patria, nel suo più nobile significato, è, in primo luogo, l’amore della libertà di un popolo.
L'altra Italia: vinta ma non vittima
In Un’altra Italia, Fano, Aras Edizioni, 2021, Pietro Polito – direttore del Centro Studi Piero Gobetti, collaboratore di Norberto Bobbio dal 1992 al 2003 – ha raccolto preziose riflessioni sull’eredità morale e politica degli intellettuali italiani del Novecento – Piero Gobetti, Ernesto Rossi, Alessandro Galante Garrone, Leone Ginzburg, Silvio Trentin, Guido Dorso, Pier Paolo Pasolini, Ada Gobetti, Aldo Capitini, Franco Antonicelli, Bianca Guidetti Serra, Norberto Bobbio e altri ancora – che con i loro scritti e il loro impegno civile hanno testimoniato che c’è stata un’ “altra Italia”.
Le basi del diritto. Fidarsi dell'altro.
Quando ero ragazzo ascoltavo stupito e ammirato i miei zii commercianti narrare che ai loro tempi i contratti si chiudevano con una stretta di mano. Oggi solo uno sprovveduto venderebbe o comprerebbe alcunché senza adeguate garanzie legali. Abbiamo sempre meno fiducia negli altri. Gli studi sociologici confermano da anni queste convinzioni di senso comune.
Il ritorno dei profeti e l’Italia nelle mani della social-banalità
“Spariranno profeti e profezie, / Se mai ne furono”, scrisse Eugenio Montale pochi giorni dopo l’orribile attentato fascista alla Banca dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969. Con la sensibilità dei grandi poeti, aveva capito che il tempo dei profeti era finito. Ma nella storia d’Italia ci sono stati profeti che hanno ispirato a impegnarsi per l’emancipazione sociale e politica, hanno esortato uomini e donne a non affidarsi al destino o al fato, ad assumersi la responsabilità della scelta morale; hanno criticato i contemporanei per i loro vizi e li hanno incoraggiati a liberarsi dalla servitù; hanno sofferto per le ingiustizie del loro tempo e dato un significato alla sofferenza con l’annuncio del riscatto; hanno scritto o parlato con pathos per stimolare l’immaginazione e rafforzare le passioni che sostengono la redenzione; hanno interpretato e narrato le sconfitte del loro popolo con parole idonee a combattere la tentazione di arrendersi; hanno saputo infondere negli animi la determinazione a sopportare i sacrifici che la lotta per la libertà esige.
Libertà non significa assenza di regole, specie in pandemia
Il 25 Aprile siamo stati sopraffatti dalla barbarie di una movida senza limiti e regole nemmeno di buon senso, partecipata da chi, con tutta evidenza, del valore e del significato della Liberazione non sa proprio nulla. Abbiamo visto molte piazze italiane stracolme di persone incuranti del fatto che siamo nel bel mezzo di una pandemia. In particolare abbiamo assistito a ciò che è avvenuto a Firenze, in piazza Santo Spirito, dove di fatto era impedito il passaggio ai residenti. Tutto questo in nome delle libertà delle persone. Ma cosa è la libertà? Si può limitare in nome di un valore più grande? Se sì, fino a dove? Ha ancora senso parlare di autolimitazione in nome del principio più alto del bene comune? La salute del prossimo e soprattutto dei più deboli e fragili è oggi percepita come bene comune e come interesse generale?
Carlo Mosca, il mestiere del prefetto lontano dai flash
Carlo Mosca, deceduto due giorni fa a Roma (era nato a Milano nel 1945) è stato un servitore esemplare della Repubblica, come Direttore della Scuola Superiore del ministero dell’Interno, capo di gabinetto dei ministri dell’Interno Amato e Pisanu, Prefetto di Roma, vicedirettore del Sisde, membro del Consiglio di Stato. Esemplare perché intendeva e viveva il servizio alla Repubblica come “impegno silenzioso e lontano da ribalte illuminate” sostenuto e guidato dalla “forza interiore” che consiste nella “capacità morale, spirituale e intellettuale di cogliere, recepire e vivere un valore o più valori”, come ha scritto in uno dei suoi libri più importanti, Il prefetto e l’unità nazionale del 2016. Non perdeva occasione per spiegare ai prefetti, anziani e giovani, la speciale dignità che servire la Repubblica, con disciplina e onore, conferisce alla persona. La sua è un’eredità morale, prima ancora che intellettuale, che si distacca nettamente dalla ricerca sfrenata della fama e del potere che pervade tanta parte della nostra vita pubblica. È inestimabile. Carlo Mosca non ci ha lasciato soltanto insegnamenti sul significato e il valore del servizio alla Repubblica, ma una concezione della vita guidata dal principio del dovere. “L’esaltazione del dovere o meglio dei doveri – ha scritto – è importante quanto l’esaltazione dei diritti, soprattutto in un momento storico in cui sembra forte solo l’affermazione dei diritti, i quali non possono essere vissuti ed esercitati consapevolmente, se si perde il senso del rispetto del dovere o dei doveri”. Intendeva il dovere e il servizio alla Repubblica in una prospettiva cristiana che si traduceva nell’attenzione generosa nei confronti delle persone. Chiunque ha avuto la grande fortuna di conoscerlo, ha trovato in lui un maestro di vita e un amico. Oltre al figlio Davide, lascia tanti amici e allevi nell’amministrazione dello Stato, e nelle università. Il suo esempio e i suoi scritti devono diventare il fondamento di una scuola che educhi veri servitori dello Stato. Era il suo sogno.















