Ormai da molti anni sono convinto che le idee repubblicane di Machiavelli, se fossero capite e amate, potrebbero ancora una volta, come è avvenuto in passato.
Aiutarci a costruire una vera rinascita civile, una rinascita guidata dalla convinzione che essere cittadini non vuol dire essere consumatori o spettatori, ma persone che sanno difendere la Repubblica dalla volontà di dominio dei potenti e dalla corruzione. Non posso vantare di aver letto le opere di tutti gli scrittori politici antichi e moderni, ma ritengo che la visione repubblicana di Machiavelli sia ancora la più bella e realistica teoria di emancipazione politica della nostra tradizione intellettuale. E questo perché si fonda non sull’idea dell’individuo astratto titolare di diritti naturali, e neppure sul mito del popolo o della classe, che marciano uniti verso la redenzione, ma sul principio del cittadino che vuole costruire e difendere il vero vivere libero.
Vivere liberi non vuol dire essere al di sopra delle leggi e non avere doveri verso la Repubblica, come molti oggi predicano, ma non essere sottoposti alla volontà arbitraria di altri uomini. È questo l’insegnamento fondamentale che Niccolò Machiavelli ci ha lasciato. Da repubblicano quale era detestava sia il potere illimitato degli oligarchi che dominano grazie alla forza del denaro, sia il potere illimitato del popolo sedotto dai demagoghi. Voleva vedere il bene comune prevalere sopra gli interessi particolari; riteneva che il più sicuro fondamento della libertà fosse il governo della legge; ha messo nella giusta luce la bellezza della virtù civile; ha esortato all’amor di patria che è affetto per le memorie e i luoghi, sentimento di riconoscenza per gli uomini e le donne che in passato hanno operato e si sono sacrificati per la libertà; ha scritto grandi pagine per risvegliare negli italiani l’amore per la vera gloria che non è il plauso delle masse, ma il giusto riconoscimento per chi ha operato per la dignità e la libertà della repubblica.
Machiavelli era un realista. Sapeva bene che gli esseri umani sono spesso egoisti, avidi, vanagloriosi, malvagi, meschini, inetti a opere generose, crudeli. Ma era anche convinto che, quando i tempi sono propizi, possono imparare ad amare la libertà repubblicana, se qualcuno sa educarli con la forza dell’esempio e della parola, come egli ha fatto per tutta la vita. Quando è stato al servizio della Repubblica di Firenze si è prodigato per proteggere la libertà della sua patria. Quando i Medici hanno conquistato il potere a Firenze e a Roma, ha cercato di esortarli a impegnarsi seriamente per difendere l’Italia dal dominio straniero. Quando ha ritenuto che le condizioni fossero favorevoli, li ha incoraggiati a restaurare gradualmente la libertà repubblicana in Firenze. Negli anni in cui non aveva alcuna possibilità di convincere i governanti di Firenze, scrisse le grandi opere politiche rivolte alle generazioni future nelle quali insegnò come si conquista e si difende la libertà. La sua lezione è particolarmente preziosa proprio perché è la lezione di un realista politico.
Non insisterò mai abbastanza su questo punto: Machiavelli non si è accontentato di scrivere che la Repubblica è la miglior forma di governo perché meglio della monarchia e dell’aristocrazia promuove il bene comune. Ha insegnato come si può tentare di fondare e di preservare una buona Repubblica quando i cittadini sono corrotti, pensano esclusivamente al proprio interesse personale, non hanno alcuna intenzione di prendersi cura del bene comune, disprezzano le persone dall’animo grande e nobile. Con la saggezza propria del realista politico che non rinuncia all’ideale, ma cerca di realizzarlo nelle condizioni che la storia impone, ha spiegato che per fondare un vivere libero in una città in cui le leggi e le costituzioni hanno perso vigore è indispensabile una “mano quasi regia”. Ha scritto che per conquistare e difendere la libertà dal dominio straniero o dalla tirannide domestica sono necessari i redentori: gli individui rari ed eccezionali che sanno mobilitare le energie migliori dei popoli, ispirarli e guidarli. Le pagine in cui Machiavelli ha sostenuto la necessità di una “mano quasi regia” e ha disegnato il mito del redentore, hanno attirato su di lui gli strali delle vestali democratiche. Ma quelle pagine sono in realtà pagine repubblicane della più bell’acqua. Spiegano come la Repubblica si può fondare e difendere, nella realtà e non nei sogni. Il suo realismo non rinnega bensì rafforza la sua visione repubblicana. I leader politici che regolano la loro opera sui sogni o sulle illusioni, repubblicani e non repubblicani, sono destinati alla sconfitta.
Era un sostenitore del governo repubblicano, non della democrazia, intesa, come era intesa ai suoi tempi, quale la forma di governo in cui l’assemblea popolare legifera, governa e controlla l’operato dei magistrati. Chiamava questa forma di governo “licenza”. La giudicava tanto perniciosa quanto la tirannide. Con la sola differenza che nella tirannide dominano gli “uomini insolenti”, nella democrazia o nella licenza dominano “gli sciocchi”. Per contrastare la tendenza alla degenerazione del regime repubblicano in regime democratico, consigliava che il potere sovrano, anche quando appartiene al popolo, dovesse essere limitato da regole costituzionali, diremmo oggi, da “ordini”, scriveva Machiavelli, e da consigli di composizione aristocratica. Sosteneva anche la necessità di istituti monocratici, simili al doge veneto, in grado di equilibrare sia il potere del Consiglio Maggiore sia il potere del consiglio ristretto. Il suo spirito repubblicano lo spingeva a detestare i cittadini corrotti che vogliono imporre i loro interessi particolari contro il bene comune e si sottraggono, con la forza o con l’inganno, al governo della legge. Considerava la corruzione un male che “ammorba”, simile a un veleno che distrugge la repubblica dall’interno, difficile da combattere perché offre ai cittadini immediati vantaggi individuali. Nei confronti dei cittadini corrotti non aveva alcuna indulgenza. Voleva che fossero puniti secondo le leggi, con la massima severità. Non aveva alcuna simpatia nei confronti dei metodi clientelari di ottenere potere politico mediante favori con i quali i Medici avevano costruito e consolidato il loro regime in Firenze. Diffidava dei cittadini che avevano accumulato grandi ricchezze perché sapeva che con il loro denaro potevano ottenere potere politico e diventare più forti delle leggi. Elogiava quelle repubbliche dove i cittadini rispettano le leggi e osservano scrupolosamente i loro doveri, anche i più onerosi, primo fra tutti il dovere di pagare le tasse in ragione delle proprie sostanze. Non sosteneva affatto forme di eguaglianza sociale assoluta, ma voleva che anche i poveri, se lo meritavano, potessero accedere alle alte cariche dello Stato.
Ha scritto anche che è dovere dei governanti dire la verità al popolo, anche quando la verità sulla politica interna o sulla politica internazionale impone scelte difficili, sacrifici, pericoli. Sapeva bene che quando in una Repubblica non ci sono governanti leali che sappiano dire la verità, e ai quali il popolo crede, la Repubblica muore o per conquista esterna o per sedizione interna: “E quando la sorte fa che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta occorre, essendo stato ingannato per lo addietro o dalle cose o dagli uomini, si viene alla rovina, di necessità”

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