Benedetto Croce non diventò mai né marxista né socialista, anche se Filippo Turati, il leader più autorevole del socialismo italiano, lo chiamò nel 1896 "compagno di fede".
Intrattenne tuttavia un lungo e intenso dialogo con i socialisti riformisti e con George Sorel, ispiratore del sindacalismo rivoluzionario. Nel volume Carteggi di Benedetto Croce con i socialisti italiani, che Il Mulino ha pubblicato di recente, Giorgio Volpe ha ricostruito con ammirevole serietà questa vicenda intellettuale e politica che mette in luce aspetti fondamentali della crisi dello Stato liberale. Croce si affrettò a smentire il titolo di "compagno di fede" che Turati gli aveva conferito: "Quanto alla denominazione di compagno, non me la sono data da me. perché io credo che per chiamarsi tale, occorra appartenere all'organizzazione politica del partito e operare praticamente nel suo indirizzo. [ ... ] Io desidererei acquistare una fede così piena da poter accettare in tutta la sua estensione quel nome di compagno. E chi sa che non venga il momento! Ma per ora non mi sento maturo abbastanza”. Ma si affrettò pure a dichiarare pubblicamente, pochi anni dopo, la sua simpatia per il movimento socialista: '"Questo [il suo rifiuto a candidarsi con i socialisti nelle elezioni amministrative del 1899], per altro, non impedisce ch'io senta una viva simpatia per il movimento socialistico, che, specie io Italia e nel periodo corrente, mi sembra un movimento benefico di civiltà e di progresso”.
Condivise l'impegno dei socialisti per quelle riforme sociali che a suo giudizio erano coerenti con le idee liberali, come spiegò in un articolo del 1900: "Estraneo alla politica, son pronto ad applaudire a quel partito che rappresenta in un dato momento storico la civiltà e il progresso. E perciò le mie simpatie sono state in questi ultimi anni, e sono ancora, pei socialisti e radicali che, a mio pare.re. hanno fatto un bene grandissimo al paese promuovendo la critica e il controllo”. Queste mie idee, Croce sottolinea, “sono di pretta teoria liberale".
Mentre apprezzava le idee e le scelte politiche dei socialisti riformisti, Croce criticò il marxismo nei saggi che raccolse e diede alle stampe lo stesso anno con il titolo Materialismo storico ed economia marxistica (saggi critici). Nel 1911, pubblicò su La Voce, la (pseudo) intervista su La morte del socialismo, dove scriveva: “Il socialismo” Credo che sia morto. E credo che converrebbe proclamarne la morte, non foss’altro per impedire a tanti ciarlatani di far tinta di crederlo ancora vivo e vegeto, e per togliere molte brave persone dal penoso bivio in cui si trovano, o di rendersi colpevoli d'ipocrisia, simulando una fede che non è più nei loro animi, o, se si sottraggono a questa ipocrisia, di essere accusati come fedifraghi. Perché questo timore? Tutte le cose muoiono, e il socialismo solo avrebbe il privilegio o la disgrazia di non poter morire? ( ... ) Parlo sul serio. Non mi piace di scherzare sulle cose che ho preso una volta sul serio, e che perciò, per me, sono serie". Qui Croce, chiarisce bene Giorgio Volpe, parla del socialismo marxista, non di tutto il socialismo.
In quello stesso anno muove ai socialisti riformisti il rimprovero di essere diventati come tutti gli altri partiti, "inanimati, perché lo spirito che dovrebbe moverli è assente, e tutt’al più, è presente quello stesso spirito individualistico e materialistico che essi vorrebbero correggere e superare". Per invertire rotta, il socialismo avrebbe dovuto riscoprire una visione religiosa della politica e porre la fede al di sopra dei programmi.
Oltre a non essere stati in grado di promuovere riforme sociali a fare delle classi operaie e contadine, i socialisti non si resero conto della forza che l'idea di patria aveva anche fra le classi popolari: “Purtroppo - scriveva Croce nel saggio I socialisti e la patria (1916) - le teorie socialistiche hanno a lungo lavorato a produrre questa cecità e ottusità spirituale; ma la grande lotta dei popoli, alla quale assistiamo, dovrebbe essere bastevole confutazione di quell’astratta teoria e aver mostrato a tutti che, ora come nel passato, la storia pone in primo luogo la Patria, e la difesa della Patria, e la gloria della Patria, e solo in secondo luogo, e nella cerchia interna della Patria, i contrasti dei partiti e delle classi. E chi continuando ad appellarsi a oltrepassate ideologie, si rifiuta a partecipare alle ansie e ai giubili dei propri concittadini, non solo dà prova di stoltezza, ma anche di qualcosa di peggio: d'insensibilità morale".
Il socialismo avrebbe potuto rinascer e, scriveva Croce nel 1917, se i socialisti avessero raccolto l'eredità "di vigore politico e militare dell'esercito che ora combatte per la fortuna dell'Italia”. Spiegava che i socialisti dovevano essere patrioti e che essere patrioti voleva dire "'essere eredi” di un sistema di valori e istituzioni e porsi in rapporto di continuità con la storia del popolo, non solo della classe. Le idee e i sentimenti di Croce nei confronti della patria erano vicini a quelli di Filippo Turati. che non accettò mai la contrapposizione fra socialismo e nazione, e sostenne sempre che era dovere dei socialisti difendere la patria dagli attacchi esterni e interni.
Come Turati, anche Croce aveva ben chiara la differenza di sostanza fra il patriottismo serio che difende lo stato liberale, e cerca la pace e il dialogo fra le nazioni, e il falso patriottismo che copre interessi di classe, tendenze autoritarie e politiche imperialistiche. In una pagina assai bella della Storia d'Italia dal 1871 al 1915 (1928), Croce chiarisce che l'aversione dei socialisti al patriottismo era piuttosto un'avversione al patriottismo degenerato: "L’antipatriottismo. che discendeva logicamente dalla concezione degli stati, anche dei moderni stati nazionali, come organi d'interessi dì classe, e concludeva nell'esortazione rivolta ai proletari del mondo tutto di unirsi tra loro disopra e contro le patrie dei capitalisti. era in Italia echeggiato a mezza voce, o gridato talvolta io fretta e furia come per obbligo di coerenza, o espresso in sarcasmi e ironie false di suono, e per solito da gente rozza e di cattivo gusto. ma non coltivato con energia, né veramente sentito: quei socialisti erano patrioti non più ma forse non meno degli appartenenti agli altri partiti italiani e, come gli altri, dicevano male della loro patria perché l'amavano, e il loro antipatriottismo era piuttosto, come infatti chiarivano, "antipatriottardismo: cioè avverso alle ideologie patriottiche in quanto servissero a coprire col loro lustro e luccichio cose non degne e non serie".
Quando uscì la Storia d’Italia, Turati era esule a Parigi, Croce era a mala pena tollerato dal regime fascista. Invece del loro patriottismo, aveva vinto il nazionalismo fascista. Se le idee di Turati e quelle di Croce avessero prevalso fra i socialisti e i liberali, la storia d'Italia sarebbe stata diversa. Purtroppo, ancora oggi, tranne alcune eccezioni. a sinistra e a destra, pochi conoscono e apprezzano la saggezza di Turati e di Croce. Il libro curato da Volpe ci aiuta a riscoprirla.

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