Se
Ferruccio Parri fosse vissuto negli Stati Uniti, e avesse fatto quel che ha
fatto in Italia – eroe di guerra nel 1915-18, oppositore intransigente del
fascismo, leader militare e politico della Resistenza, educatore dei giovani ai
valori civili – lo onorerebbero come un secondo George Washington. Nella sua
patria lo hanno ribattezzato ‘ Fessuccio Parri’, deriso e dimenticato.
Tutti, o
quasi, gli americani conoscono il Gettysburg
Address pronunciato da Abraham Lincoln il 19 novembre 1863, e lo apprezzano
come il testo che esprime l’ ideale della loro democrazia. Invece, la deposizione che Ferruccio Parri rende ai giudici
del tribunale di Savona per difendersi dall’accusa di “cooperazione
alla preparazione ed all’esecuzione dell’espatrio clandestino per motivi
politici” (18
febbraio 1927), e che è uno dei testi più eloquenti e intellettualmente
rigorosi in difesa della libertà,
anziché essere
insegnato in ogni scuola della Repubblica, è conosciuto, forse, da uno sparuto
numero di studiosi.
In
questo scritto Parri mette subito in chiaro che nessuno, tantomeno i fascisti,
possono dargli lezioni di amor di patria e spiega il significato del suo
antifascismo: “contro il fascismo non ho che una ragione di avversione: ma
quest'ultima perentoria ed irriducibile, perché è avversione morale; è, meglio,
integrale negazione del clima fascista”. Contro i giovani che come lui sono
antifascisti in nome di un principio morale, Mussolini non può vincere: “Indenni
di responsabilità recenti, intransigenti perché disinteressati, intransigenti
verso il fascismo perché intransigenti con la loro coscienza, sono questi
giovani i più veri antagonisti del regime, come quelli che hanno immacolato
diritto di erigersene a giudici. Ad essi il fascismo deve, e dovrà, rendere
strettamente conto delle lacrime e dell'odio di cui gronda la sua storia, dei
beni morali devastati, della nazione lacerata. Il regime li può colpire,
perseguitare, disperdere, ma non potrà mai aver ragione della loro opposizione,
perché non si può estirpare un istinto morale.”
Queste non sono parole, sono i princîpi
che guidano la vita di Ferruccio Parri. Come a quasi tutti gli antifascisti
importanti, il regime gli ha dato la possibilità di tornare in libertà. Deve soltanto
scrivere al duce, impetrare grazia e promettere di abbandonare per sempre la
lotta antifascista. Ma compiere quel gesto vuol dire per Parri tradire se
stesso, come spiega nella lettera alla madre del 21 gennaio 1929. “Ma voi ed
essi dovete intendere che decisioni come queste appaiono di lieve momento solo
a chi le consideri con una disinvoltura morale, cui sono per costituzione
negato; che decisioni come queste involgono lo stile di un uomo, il suo modo di
vivere, la sua ragione anzi di vivere, di fronte alla quale affetti ed amicizie
devono per necessità rimanere al secondo piano. Per risolvermi a decisioni
contrarie al mio modo di essere bisognerebbero intervenissero circostanze
eccezionali e gravissime che depreco con tutto l’animo”.
Essere fedele a noi stessi non è peccato
di superbia, vale a dire eccessiva stima del nostro valore. È una virtù che
nasce dalla coscienza del nostro giusto valore come esseri umani. E qual è il
giusto valore che la persona umana è in diritto di attribuire a se stessa? Un
valore infinito, e quindi tale da non poter essere barattato, quale sia il bene
che viene offerto in cambio: “La coerenza per me non è una parola vana, un
suono vuoto di senso. Forse l’orgoglio può essere un lusso non concesso alla
mia povertà: ma è un lusso interdetto anche questa coerenza morale? Domanda che
mi conturba fortemente per i riflessi che voi e più gli amici potete
immaginare. Comunque poiché è in gioco non una questione di orgoglio, ma una
questione di vita – e troniamo come un circolo chiuso al punto di partenza –
non mi è possibile decidere diversamente: sono quindi disposto ad ogni
sacrificio pur di non compiere mai nessun atto che sconfessi la mia opera, il
mio passato, che giudichi contrario al mio onore, cioè alla mia legge di vita.”
Da
piemontese di ceppo vecchio, Parri detesta ogni forma di autocelebrazione e
rifugge la popolarità. Ciononostante, o meglio, anche per questa ragione, ha una
grande forza carismatica. I giovani che combatterono nella Resistenza hanno provato
per ‘Maurizio’ (il suo nome di battaglia) una devozione totale. Carlo Rosselli, suo compagno di cella e di
confino, ci ha lasciato una testimonianza di straordinario valore: “Guardo
Parri. Come il suo viso fine, pallido incorniciato da una barba di venti
giorni, spira nobiltà. Parri è la mia seconda coscienza, il mio fratello
maggiore. Se la prigione non mi avesse dato altro, la sua melanconica amicizia
mi basterebbe. Questi uomini alti e puri sono tristi, terribilmente tristi e
solitari. Scherzano, ridono, amano come tutti gli altri. Ma c’è nel fondo del
loro essere una tragica disperazione una specie di disperazione cosmica. Fino
alla conoscenza di Parri, l’eroe mazziniano mi era apparso astratto e retorico.
Ora me lo vedo steso vicino, con tutto il dolore del mondo ma anche tutta la
morale energia del mondo, incisa sul volto”.
Gli eroi veri, non quelli delle favole per bambini,
conoscono la paura, interrogano severamente la loro coscienza, sono consapevoli
dei loro errori. In una delle rare pagine nelle quali Parri ha racconta della
sua esperienza di ufficiale nella Prima Guerra Mondiale, possiamo entrare nel
suo mondo interiore: “Fu una inquieta notte, non nelle mie abitudini, come se
dov’essi anch’io fare i conti finali con la vita. Ma sapevo abbastanza per non
meravigliarmi più della viltà naturale
degli uomini, così che anche la guerra e quella trista guerra si intesseva di
un gioco di scarico di responsabilità, aggravato spesso, in quelli che stanno
in alto, dalla ipocrisia e dalla prepotenza. Ma io, col mio orgoglio di fondo,
che parte mi prendevo, che figura facevo? Dovevo obbedire ai generali o sparare
contro i generali? Una riflessione ormai matura mi aveva insegnato a guardarmi
da giudizi avventati sui grandi complessi sociali, avventure e sbandamenti. Ero
una pedina. Allora un inganno stupido? Come conciliare la chiarezza che
desideravo nel pensiero e nell’azione, con la consapevolezza della mia
ingenuità ma col rifiuto della stupidità? Quale era il Dio che mi impediva
quella mattina di appiattirmi, di mandare al macello i soldati, di mandare
avanti, al mio posto, il mio soldatino, anche lui con la mamma e il babbo che
lo aspettavano? Il mio Dio non stava in cielo, non stava nella fede dei
credenti, nei libri dei filosofi, non nella teorizzazione valida per tutte le
genti umane. E spremi, spremi trovavo un solo semplice, non ragionabile ma
inestirpabile, invito: ‘sii in pace con te stesso’”. In questa semplice regola
sta il segreto delle donne e degli uomini liberi che possono fondare e
difendere una vera repubblica.
viroli@princeton.edu
Biografia
Ferruccio Parri nasce a Pinerolo il 19 gennaio 1890,
si laurea in lettere a Torino nel 1913 e insegna al Liceo Parini di
Milano. Ufficiale di complemento nella
Prima Guerra Mondiale, più volte ferito, è insignito di tre medaglie al valor
militare e promosso maggiore per meriti di guerra. Scrive per il Corriere della Sera, ma nel 1925 lascia perché
non condivide la svolta filofascista del quotidiano. Per il suo rifiuto di prendere la tessera del
partito fascista, deve dimettersi dall’insegnamento. Nel dicembre del 1926
organizza insieme a Carlo Rosselli la fuga dall’Italia di Filippo Turati e
Sandro Pertini. Uscito dal confino
diventa vicecomandante del CLNAI. Arrestato il 2 gennaio del 1945 dalle SS
viene liberato per iniziativa dei servizi segreti americani. Presidente del
Consiglio dal 21 giugno al 10 dicembre 1945, nel 1963 è nominato senatore a
vita. Dedica gli ultimi anni alla difesa della Resistenza e della Costituzione.
Muore l’8 dicembre 1981. Riposa a Staglieno, vicino alla tomba di Giuseppe Mazzini.
Bibliografia
Gli scritti di Ferruccio Parri sono raccolti nel
volume Ferruccio Parri, Scritti 1915-1975,
a cura di Enzo Collotti e altri, Feltrinelli, 1976.
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